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Folla, massa, classe: entità sociali accampate al centro degli ultimi due secoli, oggetti di scienze prima sconosciute, ma soggetti non congeneri, tra cui corre una linea di frattura che isola il terzo, la classe. Per i suoi teorici di fine Ottocento, la folla si lascia descrivere in termini di chimica fisica, di ideologia securitaria o di patografia della suggestione. E pura congerie "inorganica" suscettibile di moti aggreganti e disgreganti (Scipio Sighele), moltitudine "strepitante e malvagia" a vocazione sediziosa (Gustave Le Bon), "fascio di contagi psichici prodotti essenzialmente da contatti fisici" (Gabriel Tarde). La massa che entra nella locuzione novecentesca più abusata da schiere di sociologi, economisti e filosofi stempera a malapena, sotto la determinazione quantitativa, l'animosa reattività che ancora le attribuisce Elias Canetti, quando la vede aizzarsi "in vista di una meta velocemente raggiungibile". Eccitabili da un capo, le folle e le masse denunciano quel "tratto panico" da cui, secondo Walter Benjamin, risulta invece indenne la classe. In essa coscienza e solidarietà coincidono nell'atto antipsicologico che dissolve il puro ammasso di individui, restando nascosto a chi guarda dall'esterno, ossia ai non solidali. Una folgorante annotazione benjaminiana degli anni trenta, inedita finora, lega la classe alla distruzione dell'aura: gli occhi del disprezzato incrociano quelli carichi di disprezzo, è lo sguardo "con cui l'oppresso risponde all'oppressore".

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